Le centinaia di migliaia di foto scattate all’EXPO usando Instagram diventano un racconto dell’essere sociale attraverso la reiterazione dell’individuo; l’individuo che la fotografia aiuta a dimenticare di essere – invece – persona.

Nel 1974, ci ricordano Pamela e Alberto, si pubblicava la seconda edizione di un saggio destinato a far epoca, quello, appunto, di Pierre BOURDIEU, Luc BOLTANSKI, Robert CASTEL e Jean-Claude CHAMBOREDON: Un art moyen, essai sur les usages sociaux de la photographie, edito a Parigi nel 1964 dalle famose Editions de Minuit. Un bel librone di 356 pagine.
Era destinato a far epoca perché a differenza di quel che faceva presagire il titolo, proponeva uno scarto dal sociologismo imperante e spostava l’asse della riflessione soi disant “sociale” della fotografia dalla meccanicità di leggi relazionali alla dimensione della soggettività dell’attore della fotografia in quanto agente e non come soggetto. Certo Bourdieu giungeva a classificare le tipologie dell’argomentazione fotografica (scelta dei soggetti, regolarità dei riti di passaggio in base all’appartenenza di classe, ceto per ceto, ecc) ma immergendo tali regolarità a partire dalla vita dei soggetti realizzando uno scarto dal pensiero comune . Lo scarto era il riconoscimento che la fotografia obbligava l’agente ossia colui che scattava e scatta la fotografia, per dirla in breve, a subordinare il significante al significato, ossia a porre al centro una regolarità di soggetti (battesimi, matrimoni, laure, ecc…) quelli ch ‘io maussianamente chiamo “riti di passaggio”, ponendo al centro la funzione sociale della fotografia in quanto glorificazione dell’essere. Il disagio che il libro provocò in un mondo che si apriva nel contempo allo strutturalismo, ossia a Fernade de Saussure e che così scopriva con il formalismo russo tutta quella dinamica dei segni che Roland Barthes celebrerà poi con La Chambre Claire, lo scandalo fu enorme. La fotografia diveniva, per gli autori del libro, una inestirpabile realizzazione dell’essere senza mediazione estetica alcuna. Ecco il significato, ossia il reale, che diveniva reale per e nella fotografia e che superava ogni interpretazione estetizzante della fotografia stessa.

Nessuna concessione alla riflessione sulla fotografia come anticipazione nel presente del futuro della morte, perché “fissava” una realtà che riappariva anche quando era scomparsa nel corso dell’essere. La fotografia – diceva ad alta voce Bourdieu – è la realtà perché non se ne discosta, perché la “fissa” a partire dall’esperienza degli attori e della loro collocazione nel sistema sociale Paolo Conte in fondo ci ricorda che ricordare il viaggio significa scegliere ciò che si ricorda e se ricordo quella cosa vuol dire che quella cosa mi manca nella realtà e attraverso la glorificazione dell’a assenza e dichiarandola disvela anche a quale classe appartengo. Ebbene, all’Expo si vede appunto questo: una umanità dolente che non si riconosce, ma che celebra se stessa perché è stata all’ EXPO e l’esserci stata non è l’essere nel mondo, ma l’esserci nel mondo dell’industria culturale e dei mass-media.
È vero: sono e sto alla fotografia per quello che sono e non per quello che voglio essere ossia come divento ogni volta che scelgo l’ arte per dire ciò che non so trovare nella realtà e quindi trovo l’ immaginazione…
Le centinaia di migliaia di foto scattate all’EXPO usando Instagram diventano un racconto dell’essere sociale attraverso la reiterazione dell’individuo; l’individuo che la fotografia aiuta a dimenticare di essere – invece – persona.
Se Bourdieu vedeva nel soggetto la reiterazione e nel significato che dominava il significante attraverso i moduli fissi della rappresentazione dei riti di passaggio, oggi il significante, il telefonino, lo strumento, ossia il significante possibile, domina il significato perché reitera la rappresentazione del reale.
La fotografia diviene così l’opposto di ciò per cui era nata: ossia incatenare un presente oltre la morte per sempre. Diviene un presente che appena si propone è già finito nella liquidità dell’esperienza di colui che scatta una foto che è uguale a quella di milioni di altre perché lo strumento domina il soggetto.
Perché il soggetto non è vero che non c’è più, ma certo è dimentico di essere.

Giulio Sapelli

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