Franco Fontana, Philippe Petit e la poesia oggi

Franco Fontana ha esposto le sue opere in centinaia di luoghi in tutto il mondo, nei musei più famosi. Ma questa mostra è davvero unica, diversa da tutte le altre. Non soltanto per la bella intuizione di Canon di incaricare tre fotografi di riconosciuta sensibilità – non uso il termine bravura, sarebbe fuori luogo- di mettere a disposizione il proprio obiettivo e la propria visione a documentare l’anima di Expo 2015, evento in se stesso unico. Ma è una mostra speciale perché Franco Fontana illustra qualcosa che fra poche settimane non esisterà più, rendendo così profonda la nostra percezione, e ci permette idi superare la freccia del tempo rendendo dunque queste costruzioni più durature della materia con cui sono state costruite.

Le prospettive di Franco Fontana anche in questo caso non sono semplici astrazioni, come potrebbe indurre a pensare il titolo della mostra, non sono esercizi di abilità o di tecnica, ma inviti a tutti noi che le guardiamo a viverle dentro restando al di fuori. Come ama dire Fontana, non è la foto a essere astratta ma il pensiero che le sta dietro. “Rendere visibile l’invisibile” è una frase spesso usata da Fontana per descrivere il lavoro del fotografo, da essere spesso abusata in troppe citazioni.

Eppure, di fronte a queste immagini emozionanti, non possiamo paradossalmente che pensare all’invisibile che si è nascosto allo sguardo di milioni di visitatori, forse a tutti noi.

Uno scatto, un click, un attimo; ma parafrasando un aneddoto su Matisse possiamo dire: una vita, più uno scatto.

C’è poi un’altra unicità: per la prima volta la Fondazione ENI Enrico Mattei, una delle più importanti istituzioni di ricerca nei settori dell’economia, dell’ambiente e della governance dei sistemi, si apre alla città e al pubblico con una mostra di fotografia. Credo e spero che altre ne seguiranno, come segnale anch’esso di condivisione.

Mentre scrivo queste righe continua a affacciarsi alla mia mente l’impresa di Philippe Petit, il funambolo che ha camminato sul filo teso tra le Torri gemelle di New York nel 1974,

Werner Herzog ha scritto che quell’impresa, anch’essa opera dell’ingegno e della passione, non della tecnica, resuscita le Torri che non ci sono più, disobbedendo alla gravità…

Ecco, caro Fontana, il senso della poesia anche oggi.

AM

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